Tuesday, 7 December 2010

L'Africa ha tanto da insegnare

«IL NOMADISMO insito nel mio Dna è la chiave della mia creatività. Trovo ostinatamente infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo». Lo annota nel volume Il viaggio capovolto, edito da Epoché, ma lo vive soprattutto sulla sua pelle: l’autrice, Valentina Acava Mmaka, ha la carnagione chiara ma l’Africa nel sangue. Nella sua vita intensa dal punto di vista umano e professionale - giornalista e scrittrice, poetessa e autrice di teatro, mediatrice culturale e fondatrice dell’associazione “Soggetto nomade” (http://soggettonomade.blogspot.com/) -, il meticciato è ben altro che un concetto astratto.
Nata a Roma 39 anni fa da genitori italiani di origini greche, è cresciuta in Sudafrica (dove è arrivata a pochi mesi di vita) e in Kenya. Ed è qui che ha deciso di tornare con le sue tre figlie, che per metà sono keniane : tra Mombasa e l’isola di Mamu, i luoghi paterni affacciati sull’Oceano indiano. Luoghi a cui è legata da motivi sentimentali - appunto - e insieme culturali e artistici. «Porto dentro l’incantamento di percezioni ed emozioni, forti e radicali, incontri e affetti che hanno trasformato la mia esistenza tanto da sentirmi oggi privilegiata rispetto a qualsiasi altro tipo di vita immaginabile».


È UNA MIGRANTE al contrario, Valentina: ha scelto di stabilirsi in Africa orientale. «Visto che mi sono dovuta adattare varie volte, definisco me stessa più attraverso relazioni familiari e personali che con l’idea di cittadinanza», afferma, precisando che per lei le frontiere «sono presenze effimere: sento di appartenere a più luoghi simultaneamente ». Forse la decisione di rientrare nella sua patria d’adozione è «un’eredità acquisita con l’esperienza - spiega -. Sebbene la mia famiglia sia da moltissime generazioni in movimento, il mio è un caso un po’ sui generis. Nel tempo si è radicata in me la necessità di muovermi, fuggire la fissità per continuare il dialogo che si interrompe ad ogni partenza, e allo stesso tempo trovare risposte: quelle che ciascuno di noi cerca, ma che in me hanno bisogno del movimento per configurarsi». La scrittrice, quindi, ritiene ormai come una parte di sé «la seduzione della partenza e del ritorno, dell’abbandono e del ritrovamento». Senza dimenticare che «le migrazioni dall’Africa all’Italia sono il frutto di una serie di circostanze spesso drammatiche che spinge le persone e persone a partire.
Tuttavia l’Africa ha un patrimonio inestimabile di risorse umane e naturali... Se solo potesse riappropriarsi di un’autonomia, liberarsi della sterile e nociva complicità degli Stati occidentali che dettano legge e alimentano drammi per i propri interessi, forse tante persone potrebbero decidere di restare.»

NATA IN ITALIA, È CRESCIUTA IN SUDAFRICA E KENYA, DOVE HA DECISO DI VIVERE
«Trovo infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo»


AUTRICE ANCHE di favole per ragazzi e di testi didattici sulle tribù di Africa Orientale e Sudafrica, Acava Mmaka ha un’idea tutta sua di come raccontare l’Africa agli italiani più piccoli, durante i suoi viaggi di lavoro nel nostro Paese: «I bambini sono splendidi interlocutori. La loro vivace curiosità e sincera voglia di conoscere, la loro naturale libertà dai pregiudizi li rende i veri mediatori delle nostre società. Hanno molto da insegnare agli adulti: sono straordinariamente consapevoli che c’è qualcosa in più rispetto a quello che già sanno dell’Africa, per lo più immagini stereotipate. Scoprono così un’amica lontana, diversa, piena di novità, lati segreti e sfumature; la percepiscono come un luogo da vedere e toccare, annusare e ascoltare».
I bambini di casa nostra restano affascinati da colori e forme morbide, profumi e ritmi africani, ma non solo: «Quando racconto la vita dei loro coetanei negli slums di Nairobi o di Mombasa o quella dei villaggi rurali, spesso si appassionano a certe “libertà” dei loro fratelli all’Equatore, che riguardano il rapporto con l’ambiente, lo spazio urbano. Dovremmo piuttosto interrogarci su famiglia e scuola, i motori trainanti perché un’interazione interculturale possa compiersi con successo», osserva Valentina. Al bando, dunque, «l’ottica autoreferenziale della cultura europea. Se ascoltassimo chi l’Africa la rappresenta, sarebbe l’inizio di una apertura verso il nuovo.
Il dialogo può esserci solo in una cultura del rispetto e della conoscenza».
 
INTERVISTA DI Laura Badaracchi
MONDO E MISSIONE DI OTTOBRE 2010

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