Wednesday, 15 December 2010

ON THE ROAD...


 

 

 

 

 

 

On the road si fanno incontri interessanti, incontri casuali appassionanti,  ci si accosta intimamente a persone e paesaggi,  incontri che possono cambiarti la vita ma anche solo la percezione di un'idea, di un fatto.
Per distruggere una casa occorre un giorno, per ricostruirla possono volerci mesi, forse anni. Quando la saggia Maasai Ntoke mi parla con ardita consapevolezza, del dramma del suo popolo, in un incontro casuale a Namanga, al confine tra Tanzania e Kenya, non posso fare a meno di ripercorrere con la memoria tutte le sofferenze che i popoli indigeni nel mondo hanno patito per i sogni di conquista degli uomini o per gli indiscriminati interessi economici e politici dei governi.
Riaffermando che tutti i popoli contribuiscono alla diversità e ricchezza delle civiltà e delle culture, che costituiscono parte integrante del comune patrimonio dell'umanità. E' questo uno dei capisaldi della premessa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli indigeni siglata da ben 143 paesi il 13 settembre 2007. In essa sono evidenziati i principi fondamentali che regolano la loro tutela e sopravvivenza. L’identità è il patrimonio culturale di ciascun individuo  e rafforza il suo significato quando si tratta di un intero popolo che attraverso di essa si esprime, vive e dà un senso alla propria esistenza.
Ntoke non conosce questo documento, lo ignora tenuto conto che il Kenya è uno degli undici paesi che si sono astenuti dal siglarlo. E se anche lo conoscesse saprebbe che tutto quello che esso contiene non avrebbe alcuna influenza affinché i popoli indigeni della Terra vengano risparmiati dagli  enormi giochi di potere internazionali.

Già nel 2002  il governo di Daniel Arap Moi, aveva stipulato un contratto con la multinazionale canadese Tiomin per lo sfruttamento di Dongo Kundu, la terra dei Digo, nel Kenya meridionale, ricca di titanio.

Il programma di sfruttamento di Dongo Kundu che nella lingua Digo vuol dire “terra rossa”, prevedeva che i Digo lasciassero le loro terre, loro unica fonte di sopravvivenza, e si spostassero in altri territori; che si costruisse un porto per l'attracco di navi e lo sbarco di sofisticati macchinari per l'estrazione del titanio; che per la realizzazione di quest'ultimo una fetta di barriera corallina venisse tagliata per facilitare l'accesso dal mare di mezzi di trasporto e che per venticinque anni la multinazionale avesse carta bianca per estrarre il prezioso minerale, tempo al termine del quale la terra sarebbe invivibile e sterile per l'effetto di tutte le sostanze chimiche utilizzate.  Un’ equazione che significa distruzione e perdita.
Detto ciò è innegabile che all'annientamento e all'indebolimento dei popoli indigeni corrisponde sempre la destabilizzazione degli equilibri ambientali. Le sue risorse naturali, ispirando i sogni di conquista e potere dei governi, l'impatto che l'industria ha sortito per lo sfruttamento di esse,  hanno causato enormi danni ambientali con effetti drammatici su tutto il pianeta. Solo in Kenya, per citare un paio di esempi, ci troviamo di fronte a vere e propri attacchi alla biodiversità dei laghi Nakuru e Naivasha, inquinate da pesticidi e ogni tipo di sostanza chimica utilizzata nelle coltivazioni di prodotti destinati ai mercati europei.
I popoli indigeni vivono da millenni  in simbiosi con l’ambiente naturale. E' il loro stile di vita, la loro ancestrale conoscenza che sanno bilanciare gli equilibri ambientali, seguendo una naturale legge di compensazione che ha come primo intento quello di salvaguardare e tramandare l'importanza dell'autoconservazione.
Nella storia recente dell'umanità e della lotta per la conquista, sono innumerevoli gli atti di privazione dei diritti fondamentali a danno di popoli indigeni basti pensare agli indiani d'America, agli Ojiek in Kenya, agli aborigeni d'Australia, i Grandi  Andamanesi in India, gli Shuar in Ecuador.
Proviamo ad immaginare se un giorno venissimo minacciati di perdere la nostra lingua, di non vestire più i nostri abiti, di mangiare cibi a noi sconosciuti, di non poter più abitare le nostre terre, i luoghi ai quali siamo legati, di non poter cantare le nostre canzoni. Immaginiamo se un giorno venissero a dirci che dobbiamo forzatamente migrare contro la nostra volontà. Tutte domande lecite e che saltano alla nostra mente obiettivamente ma che hanno un unico dato certo, se non sarà qualcuno, un governo, una istituzione, oggi o domani a chiederci di andare via, sarà l'incombenza di una catastrofe naturale a forzare milioni di uomini a veri e propri esodi biblici.
Conversando con il  Direttore dell'East African Wild Life Society, Ali A. Kaka, pone l'accento su una domanda che dovremmo fare nostra: Quando l'uomo scoprirà la precarietà della sua esistenza sulla Terra? Questa domanda è solitamente messa da parte e ignorata come se non lo riguardasse con il rischio di accorgersene solo quando i disastri naturali sopraggiungeranno senza possibilità di soluzione. 
La preoccupazione di Ntoke per le sorti del suo popolo e di riflesso  di altri popoli,  aggiungiamo noi,  sono allarmanti: se distruggiamo il nostro stile di vita, per costruirne uno nuovo possono volerci migliaia di anni. Cosa faremo quando non avremo più terre  per i nostri pascoli? Come faremo a vivere' e che fine faranno i nostri desturi, le nostre tradizioni”?
E' un dovere assumersi l'impegno di preservare le culture tradizionali indigene: esse costituiscono un tassello del grande mosaico della storia umana e la perdita di uno solo di questi tasselli significa la perdita di un pezzo della nostra esistenza.


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