Monday, 26 December 2011

2012

WHERE THOUGHT AND ACTION MAY WALK TOGETHER SIDE BY SIDE
Every year millions of people ‘s human rights are threatened and denied all around the world. Sexual abuse, illegal detention, poverty, child labor, racism/xenophobia, land exploitation etc….
Mother Theresa, said   do not wait for leaders. Do it alone, person to person”.
Yes, we can’t wait until the nations and the governments will take action and stand by the side of the needy, rescuing them from injustice, we cannot wait until the greed which drives power that rules us will fall and the eyes of the persecutors will start seeing and their hears listening. We cannot wait , we shall take action and make ours the words of Mahatma Gandhi: “be the change you want to see in the world”.

This means we should not wait  that politicians and governments will protect us equally, will save us, will feed us, will respect us, will listen to us, will destroy greed and anger for peace and harmony.

WE ARE THE CHANGE

Poet and activist Philo Ikonya said that is this real time no matter if we are 12,10 or 7 anyone can make a change.   
People fear to stand because they believe they will lose something. Their job, their shelter, in some cases their country or their life. Some people fear to stand because they don’t know how to start and how to do it. People fear to stand because they think they will lose their freedom. What is freedom then? Do we know what really freedom is?

Are we free depending on the economical power of the few? Are we free while we are eating a roasted turkey while our eyes on a plasma tv watches million of people starving? Are we free when on our way home we see a line of desperate people stretching  their hands in the garbage looking for to survive one more day? Are we free knowing that  thousands of people are waiting for their death in the darkness of a cell trying to figure out how it will be their last minute of life? Are we free knowing that  a ten years old boy and his little sister of seven, works sixteen hours a day to pay their parents debts, making the shoes we will wear next summer ? Are we free knowing that our eighty eight years old neighbor is caught stealing an apple or a piece of meat in a suburb’s market, because he barely survives with his small pension after working the whole life? Are we free knowing that  a family of five can’t pay its rent, its bill because the only small salary they get is just enough to eat? Are we free knowing that we are acrobats walking on a rope which can be easily  threatened? Are we free knowing we are giving our children the opportunity to study while to their peers across the world  education is denied for the same reason why WE can afford it? Are we free knowing that our husband is threatened at work place because of his skin color?

WE ARE NOT FREE. And for what we can do is to start challenging our courage, our potential, our skills,  to serve THE cause. Fighting for HUMAN Rights.
Who can write, let us read!
Who can sing, let us listen!
Who can talk, let us hear!




- 2012-

In these days of anger
And greed –
No time to listen
No words to speak
No cause to stand
-Astonished eyes
empty hands
closed mouths
to feed the fear      - 

None to trust
None to blame
-Uncountable –
Across the borders

Mankind invented
words of war
to shut my breath
... down ...
That breath that once
-not long ago –
used to nourish the new idea
that would change this world
through the life I born.

Silence doesn’t need our share
-Not anymore standing mute and blind
As oppressed masses
where winds can’t blow
in their  direction                                                       

Words should rise from wisdom’s breast
enough to guide
the blossom of the new spring
 -Juvenile -
where thought and action
walk side by side
for a new Imaginary
to lead the world.


Thursday, 15 December 2011

Cinque sillabe

Non abbiamo ancora
Imparato
Ad ascoltare.
…. La fretta di
Traslocare significati
Là dove non c’è –
    - parola adatta
per dire
il dolore di oggi.


Voci si affollano
sulle pagine virtuali
del futuro -
     - già presente -

Voci di sgomento
voci di dolore,
voci di rabbia
voci di fratellanza
voci che vogliono essere udite
       - che si affannano
nella ricerca di un perché
-    alcune scivolano via
troppo in fretta -
inghiottite da
pensieri affrettati


Basta ricordare...
cinque sillabe
per ristabilire
ordine
- anche la più partecipata
indignazione
chiede…
un ordine
civile
morale

perché dignità e lotta
siano sempre uno la spalla dell’altra
occhio vigile alle
facili intemperanze
dei benpensanti.

Cinque sillabe…. bastano
Cinque sillabe e due nomi
Cinque sillabe scivolate
Tra la folla
Cinque sillabe
-che schioccano
come l’harmattan
sulla parete vellutata
di una tenda kaidale -
sono rimbalzate
in un cielo dicembrino
sui muri trasudanti
l’estro creativo
che è orgoglio nel mondo

se quell’estro creativo
potesse
- oggi
sgusciare dall’involucro del tempo
e in un guizzo
intrufolarsi nella mente
del presente -
l’ immaginario
troverebbe un diapason
capace di  comporre
con  cinque sillabe
-un canto di vita.

15 dicembre 2011

Monday, 12 December 2011

Dall'Italia ....Inquietudini quotidiane

Una notizia inquietante mi giunge mentre sto cercando di rispondere alla lettera di un’amica che mi pone una domanda alquanto difficile ma oltre modo stimolante sul motivo per cui masse di menti fini, di estri creativi e di grandi pensatori in Africa continuino a restare nell’ombra e come mai qualcuno in Occidente crede sia necessario definire chi è un “onorabile” africano che merita pagine e siti dedicati? La mia amica è una scrittrice in esilio dal Kenya. Mentre stavo cercando di  contribuire con  una risposta facendo appello alla mia esperienza e al mio punto di osservazione, il dito ha cliccato sul mouse in un momento di pausa e il puntatore del pc va a finire sulla pagina della Gazzetta Del Mezzogiorno:




Delusione e rabbia hanno, come prevedibile, preso il sopravvento e mi sono detta che la casualità di quella apparizione sul mio schermo, non era affatto casuale perché in qualche modo la  violazione del diritto cui la bambina è stata vittima, era radicata nel mio tentativo di dare una risposta alla domanda della mia amica.

Quando ho letto la notizia, ho avvertito l’impulso di indirizzare un messaggio a qualche conoscente dal tono “è quel che cercavo di dirti” ma poi mi sono detta che non avrebbero capito e un pensiero ha cominciato ad annidarsi nella mia mente tanto da rendermi consapevole del fatto che quella bambina poteva essere mia figlia, anche lei di origini africane. Mi sono immedesimata nella reazione della madre e di come avrei io reagito dopo la confessione di mia figlia di quel terribile abuso. Probabilmente subito dopo il confronto con la scuola e la denuncia alle autorità avrei cominciato a scriverne, d’impulso inizialmente …cercando una via di fuga per la rabbia e la tensione morale che altrimenti sarebbe implosa creando danni gravi alla civile risoluzione di un attentato all’umanità. Ne avrei discusso con amici e colleghi scrittori, per poi cercare le parole giuste per dirlo…. Per dire che la responsabilità di questo grave atto di inciviltà è responsabilità di tutti.

Il mio lavoro mi ha sempre dato enormi soddisfazioni e grandi opportunità, non a ultima quella di incontrare persone diverse, in luoghi diversi, con esperienze diverse. Da mediatrice ho incontrato realtà coraggiose e stimolanti ma anche inquietanti di insegnanti che proibivano l’uso della parola “nero” in classe perché un loro compagno veniva dalla Nigeria, di educatori che davano per dato certo ai loro alunni, che l’Africa poteva essere discussa in termini provincialotti come fosse un enorme “paese di gente scura…” come se la semplificazione fosse giustificata in virtù dell’età degli alunni che non avrebbero potuto comprendere un concetto di ampiezza e diversità! Non vado oltre.

Da scrittrice sono lieta di dire che gli scrittori vivono una posizione di privilegio nella realtà rispetto agli accademici e ai cattedratici (quelli di casta pura che non fuoriescono dalle loro aule, studi, empirei ovattati), ovvero i teorici che dalle aule universitarie vogliono darci lezione su parole come “integrazione”, “intercultura”, “multiculturalismo”, “diversità”. Alcuni anni fa una studentessa genovese che stava svolgendo la sua tesi di Master includendo una mia intervista, mi ha confidato in seguito alla mia curiosità su cosa avrebbe fatto dopo ottenuto il Master, di sentire un vuoto che tutti libri e le teorie sociologiche non avrebbero potuto colmare. Le serviva quella realtà che è ben diversa se la si osserva da una piazza o da un centro di accoglienza o da un’aula di scuola primaria.

Lo scrittore  come ricorda l’amico Roberto Pazzi, anch’egli scrittore, ha in sé quella capacità visionaria che altri non hanno. La capacità visionaria che ti fa vedere oltre la tua visione, ovvero oltre la realtà come si presenta, impacchettata e imbellettata per essere teorizzata, consumata ,accettata, subita. La visionarietà diventa dunque la spada che spezza la passività della visione. Eppure talvolta parlando in tavole rotonde, ai  convegni, alle conferenze mi sono resa conto più di una volta, quando alla stessa tavola sedevano scrittori e accademici (tra questi annovero anche alcuni traduttori, critici, studiosi), che le élites non arrivano mai dove dovrebbero (sono felice di dire che conosco delle brillanti eccezioni), il loro sguardo sulla realtà trova ad un certo punto un ostacolo, un muro oltre il quale ci siamo anche noi scrittori. E questo non incontrarsi crea sovente un erroneo metro di giudizio e di valutazione perché mentre lo scrittore può arrivare a comprendere il lavoro dell’élite, quest’ultima non può arrivare a comprendere lo scrittore nella sua completezza, in quel suo slancio vitale verso la comprensione dell’intimo alito universale. In un recente convegno dove sono stata chiamata  a parlare da scrittrice degli stereotipi sull’Africa e sugli africani che attanagliano l’Italia in una morsa letale il cui risultato , uno tra tanti, è l’episodio accaduto alla bambina  di Caserta, ho avvertito da una parte l’appoggio e la condivisione di  giovani studiosi che riconoscevano una realtà anche a loro nota, dall’altra una sorta di “bigotta” ostilità (non personale, tengo a precisare, ma verso l’oggetto di discussione) di accademici e critici a tal punto da negare l’evidenza che anche questa triste notizia giunta dalla bella Caserta, ci rivela….

Qui riproduco una parte del testo che ho presentato in occasione del convegno perché serva a chi continua a negare, e ce ne sono tanti, che l’Italia abbia una visione distorta e deviata dell’Africa e degli Africani.

Ho un debito con la scrittrice Maxine Hong Kingston che mi ha insegnato che gli individui comunicano e arrivano alla conoscenza attraverso il dialogo e le storie e non semplicemente attraverso trattati filosofici e saggi eruditi. Oggi in questo amichevole incontro che reca in sé la testimonianza reale di come basti affidarsi allo sguardo multiplo per riconoscersi in un macrocosmo fitto di relazioni che non hanno bisogno di un passaporto o di una nazionalità per riconoscersi, l’immaginazione è la nostra lingua e le storie si susseguono ininterrottamente ricordandoci quanto la circolarità dell’esperienza umana rinnovi il suo potere simbiotico. Devo rifarmi ad un’ altra storia per arrivare a tessere quella che per me è stata una presa di coscienza maturata nel tempo che mi porta oggi ad esprimere un mio contributo sulla percezione dell’Africa al di fuori di essa.

(…)



Quando venticinque anni fa la mia famiglia decise di trasferirsi in Italia nessuno dei miei interlocutori di allora, riconosceva il Sudafrica, prima come identità geografica e culturale poi. Nell’ immaginario collettivo ogni mattina mi recavo a scuola percorrendo sentieri di fango in compagnia di elefanti e giraffe. Questa visione esotica e folkloristica dell’Africa mi ha tenuta agganciata per diversi anni, fino al momento in cui il tempo trascorso in Italia era diventato ragionevolmente lungo da non dovere più rispondere a domande troppo specifiche sul mio vissuto. Tuttavia dopo questo naturale rifiuto, dovuto anche a quel particolare momento della vita di ciascuno in cui sono necessarie scelte nuove, diverse da quelle indotte dalla famiglia, arrivò il momento in cui cominciai a sentire l’urgenza di chiarire il vuoto che c’era tra la mia esperienza e il modo in cui gli altri la recepivano quando cercavo di condividerla. Un percorso difficile perché quando tentavo di spiegare il Sudafrica degli anni 70 e 80, quando parlavo della segregazione, ma soprattutto delle relazioni possibili e impossibili con gli altri, incontravo sguardi troppo distanti, troppo neutrali. Ma chi parlava dell’apartheid in Italia? Chi poteva immaginare un paese che aveva dato vita ad una pianificazione urbana creata sulla base del colore della pelle? Chi si rendeva veramente conto dei miei privilegi rispetto ai figli della mia bambinaia Sera di Alexandra, “costretta” a mangiare in un angolo della cucina o a servirsi di un bagno diverso da quello che usavo io, che doveva togliersi le scarpe prima di entrare in casa e cospargere il proprio corpo di una varietà di deodoranti e profumi dai nomi più esotici, che trovò nel suo corredo di lavoro entrando in casa il primo giorno di servizio? Non certo l’articolo che una bambinaia si aspetterebbe di ricevere! Ma anche: chi immaginava il grande fermento artistico che ruotava attorno ai movimenti per la libertà, chi conosceva i grandi artisti sudafricani che hanno lasciato pagine e note indimenticabili? Chi conosceva Hugh Masekela, Miriam Makeba, Busi Mhlong? Chi aveva letto le poesie di Mongane Wally Serote o conosceva il teatro di Athol Fugard? Ho un ricordo della scuola italiana quando mi ero presa la libertà, di scegliere come oggetto di una tesina, il Sudafrica. Mi venne detto dall’insegnante che non era una realtà rilevante e nel programma si poteva tranquillamente tralasciare il Sudafrica del resto nessuno se ne occupava. La delusione fu grande e pensai anche che la professoressa e i suoi alunni di fossero persi una occasione, quella di confrontarsi con chi aveva una esperienza diversa dagli altri da condividere. Né la cronaca né la letteratura fornivano sufficienti elementi perché si potesse conoscere l’Africa al plurale e men che mai il Sudafrica che pareva vivere sprofondato nell’isolamento senza un posto nel pensiero della gente. Neppure l’immigrazione allora aveva un riconoscimento culturale nella realtà quotidiana, nella scuola, nel mondo del lavoro, tale da poter fornire degli imput capaci di metterci in relazione con i luoghi dell’Africa lontana.  Oggi, venticinque anni dopo la percezione non è molto cambiata, si è aggiunta una visione pietistica intrisa di benevolenza e drammaticità in cui la coscienza comune fa appello a immagini catastrofiche di conflitti e carestie, di dittature e violenze o per estremo di grandi bellezze naturali, per cui l’Africa nel pensiero comune diventa il “simbolo” di un grande omologo culturale, politico e sociale dove l’Africa e gli africani, sono “costretti” ad essere un unico paese, un’unica lingua, un’unica tradizione, un un’unica espressione culturale, un’entità invisibile nella sua complessità. Chinua Achebe ci ricorda che l’Africa è un continente che non è mai stato preso sul serio, pieno di cose buffe e strani personaggi. La letteratura, da John Locke a Joseph Conrad, da Livingstone a Hemingway ha ampiamente alimentato una visione del continente africano distorta e univoca, inaugurando una tradizione che si è poi espressa nei secoli nella letteratura, nella cinematografia e oggi più che mai nella cronaca. Sicuramente molti di questi stereotipi, sono nati anche dalla inacessibilità oggettiva alla letteratura africana per lungo tempo, ma oggi che l’accesso alla conoscenza viaggia con facilità e a zero costo anche sulla rete, questi stereotipi sembrano non avere alcuna giustificazione di esistere.

Nel 2005 esce, in rete e poi sulla rivista Granta, il provocatorio e brillante saggio di Binyavanga Wainaina “How to write about Africa” in cui lo scrittore keniota con ironia fornisce al lettore un’ accurata lista di come e cosa “scrivere” dell’Africa e degli africani. Si tratta in realtà di un tentativo, molto ben riuscito, di mettere in evidenza quanti e quali stereotipi deformano la visione dell’Africa al di fuori di essa. Con il suo testo Wainaina conferma ancora oggi che la reazione di venticinque anni fa non è affatto cambiata. Dopo di lui, anche lo scrittore nigeriano Uzodinwa Iweala ha, anche se in toni più critici e contestatori, accusato il proliferare degli stereotipi sull’Africa in occidente, soprattutto sul ruolo delle ong e del perverso sistema assistenzialista che aumenta il disagio socio economico in Africa. Tuttavia Wainaina ha screditato davvero tutti i possibili pseudo amanti dell’Africa, tutti i presunti conoscitori di questo continente e tutti coloro che lo ignorano e ignorandolo lo accusano. Sono più volte stata ospite in casa di presunti amanti e conoscitori dell’Africa per scoprire a malincuore, di trovarmi più che altro sul set di un film europeo d’ambientazione africana a fruizione di coloro che l’Africa la vogliono vedere solo sotto la luce del mito esotico. Cosi ritrovarmi nel tentativo di parlare della scelta poetica di Ngugi wa Thiong’o della poesia di Niyi Osundare, o dei film di Ousmane Sembene, delle teorie economiche di Dambisa Moyo o dei chokoraa nelle strade di Nairobi, circondata da pareti interamente coperte di maschere dogon e tappeti berberi, di statue akamba e bakongo e dipinti etiopi, una biblioteca di letteratura africana perfettamente intonsa, con volumi mai sfogliati frutto di regali o acquisti di passaggio…. e non trovare alcuna risposta in quel contesto artificioso… solo domande. Ciascuno di noi è una storia, o meglio una moltitudine di storie, il nostro immaginario nel raccontare, ascoltare, scrivere e leggere storie, ne crea di nuove… il multiplo. L’amica scrittrice italo etiope Gabriella Ghermandi dice che siamo storie di storia nella storia. Angoli o centri di trama e ordito del tessuto del mondo nicchie ricavate in intrecci di eventi. Quando compiamo un’azione per gli altri quell’azione, in modi diversi, diventa una nuova storia scritta sul perché e come quell’azione sia accaduta e gli effetti che provocherà in chi la riceve. E la storia, l’ esperienza importante, la più incisiva e determinate su questa visione dell’ “Africa che pare essere agli occhi di molti ancora un’ invenzione del mondo”, parafrasando Nadine Gordimer, è quella che si rinnova di giorno in giorno riflessa nello sguardo degli altri quando incontrano le mie figlie e odono la musica che i loro nomi evocano. Figlie della moltitudine, di culture trasversali che in un punto indistinto nell’arco spazio temporale e per una serie fortuita di combinazioni si sono incrociate. Mi sento spesso chiedere, da dove vengono, e potrebbe essere anche plausibile se la domanda non nascondesse una morbosa curiosità. L’evidente differenza cromatica dei nostri incarnati cerca una risposta di cui stupirsi! Del resto non basterebbe al mio interlocutore sapere che sono italiane e tutto questo non prima di essere stata cerimoniosamente complimentata per il bel gesto di aver adottato dei bambini e per di più tre sorelle . A questo punto percepisco come lo stereotipo si dilata. Quando poi spiego che le mie figlie vengono dal Kenya, o meglio che una parte di loro è keniota e che il gesto più bello che possa aver fatto nei loro confronti, è stato quello di metterle al mondo dopo nove mesi di gravidanza come qualsiasi altra madre naturale, lo stupore negli occhi dell’altro aumenta e cosi per rimediare a quella mancanza di immaginazione in un immaginario dove i figli di incontri trasversali non sono contemplati, lo stereotipo si insinua nelle parole e con espressione di improvvisata sapienza mi sento dire quanto sia bello il Kenya, Malindi, le spiagge tropicali, i safari e prendo coscienza del fatto che in fondo le mie figlie sono accettabili in funzione dello stereotipo creato attorno al loro paese di origine. Ma come reagirebbero i miei interlocutori se rispondessi che vengono dal Mali, dal Burkina Faso o dal Mozambico! Ecco che dietro allo stereotipo ne nasce un altro, quello che possa esistere una Africa di serie A o di serie B a seconda del grado di popolarità che magari qualche star dello show system ha portato quel paese alla ribalta o perché la visione di una palma su una spiaggia corallina allude ad un immaginario positivo rispetto ad una duna di sabbia o al letto di un fiume secco. E’ rassicurante per me invece, camminare per le strade di Mombasa, Nairobi, Dar es Salaam o Stonetown e sapere che la nostra “evidente” diversit{ non deve essere spiegata, perché è naturale, perché è contemplata nell’immaginario. E quindi ancora una volta a ragione affermo che dopo venticinque anni non molto è cambiata la percezione dell’Africa in Italia.

Torino mi offre questa volta un nuovo spunto per riflettere. Nel 2009, al rientro dal Kenya, decido di trascorrere un anno a Torino, la ricerca della casa sembra iniziare bene, camminando lungo le rive della Dora inciampo in un’agenzia immobiliare di cui mi attrae subito il nome “AFRICA HOUSE”. Siamo a due passi da Porta Palazzo, qui il multiplo umano è rappresentato al meglio, in tutte le sue forme e colori, suoni e gesti, dietro ai banchi del suo mercato quotidiano si recitano poesie in tante lingue, si suonano djembe e si canta, si gesticola come potrebbe accadere in un qualsiasi piazza di Mombasa, si sorseggia caffé turco in tazzine di vetro per la strada. L’agenzia immobiliare ha impiegati provenienti da diversi paesi africani, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria. La titolare è una signora italiana sulla cinquantina, sposata con un signore nigeriano e madre di un ragazzone alto e dal sorriso ammiccante, anch’egli un figlio trasversale. Mi presento con le mie figlie e il mio compagno, cerchiamo un appartamento… la signora non mi lascia il tempo di finire e mi interrompe dicendomi che i proprietari con cui tratta non vogliono inquilini di pelle scura… un bel problema perché nella mia famiglia solo io ho la pelle chiara. Mi dispiace- dice la signora – argentini, rumeni, ucraini va bene , ma non neri, non africani. Resto perplessa, provo a manifestare apertamente questo disagio e lei mi dice che gli affari sono affari, che non è responsabile di questo. Responsabilità, mi chiedo se la signora abbia mai considerato che le parole non sono mai neutrali e che quando facciamo un’affermazione essa inevitabilmente implica una nostra responsabilità. E contemporaneamente ho sentito che la sua mancanza di responsabilità nell’ affittare una casa a degli africani, intaccasse la mia, di chi ogni giorno si impegna a colmare quella mancanza di responsabilità degli altri, quell’inerzia che alberga nelle coscienze statiche. Sento un grande vuoto, la signora mi ha ricordato tanto il Sudafrica che ho vissuto io. Nelle strade e davanti ai negozi, cartelli bilingue informavano che determinati luoghi erano solo per bianchi WHITES ONLY….SCHLEGS BLANKES. Possiedo una copia di questo cartello, la porto sempre con me quando incontro gli studenti delle scuole. Avrei voluto proporre alla signora dell’agenzia di affiggere questo cartello in vetrina, così da non far perdere tempo di potenziali clienti di “pelle scura”. Ma le storie continuano ad attirarmi e sembrano volermi dire che non esiste mai una storia centrale, una storia guida… piuttosto le storie si intersecano, si sovrappongono, si incrociano, si mescolano, si ampliano.

Nel 2009 in Liguria, dove ho vissuto diversi anni e con la quale ho un legame affettivo, comincia a circolare uno spettacolo teatrale di una compagnia italiana, che “utilizza”, nel vero senso della parola, un gruppo di artisti provenienti dal Kenya, con il quale in seguito avrei collaborato. Lo spettacolo ha come idea quella di raccontare il gelo del mondo, la difficoltà di una società mondiale priva di valori e inasprita da una moralità corrotta. Gli artisti italiani e quelli kenioti interagiscono sul palco interpretando questa idea in uno spettacolo di teatro danza con acrobazie e pochi dialoghi. Al termine dello spettacolo gli artisti kenioti siedono di fronte al pubblico indossando una maschera da papera. Gesticolano simulando, si suppone, il caos del mondo, l’impossibilit{ di esprimersi altrimenti. Mi sono chiesta perché proprio una maschera da papera, in effetti fa riferimento al’antefatto dello spettacolo in cui una nave affonda disperdendo migliaia di papere di plastica. Resta tuttavia da domandarsi se la scelta della papera non sia dovuta al fatto che si tratta di un animale mansueto, remissivo, poco incline all’azione. Difficile immaginare un keniota o un qualsiasi altri africano con queste caratteristiche. La musica si sovrappone alle parole e nel frattempo, su uno schermo alle loro spalle scorre una serie di scritte. Le scritte dicono (al pubblico) che gli artisti kenioti costano troppo perché mangiano tanto, soprattutto mangiano tanta carne, alludendo tra le righe, al fatto che nel loro paese non possono permettersela… peccato che i sedicenti produttori dello spettacolo ignorino il fatto che in Kenya la carne ha un sapore autentico e che costa 1/10 di quello che costa in Italia e che quel decimo è alla portata dei più. Le parole continuano a scorrere e lasciano intendere al pubblico che la compagnia teatrale italiana sta vendendo al pubblico italiano gli artisti kenioti come Prodotti, tant’è che il titolo dello spettacolo è I PRODOTTI O QUASI LIBERI. Una vera tristezza e la cosa più triste è che gli artisti kenioti ignoravano tutto questo, la lingua e la mancanza di un mediatore onesto li aveva tenuti all’oscuro di questa manipolazione fondata su idee discriminatorie che inquadravano gli artisti africani “mangiacarne di serie B docili e remissivi” .

Gli stessi produttori di questo spettacolo hanno girato un documentario a Nairobi, nelle case di questi artisti, per le strade degli slum dove vivono Kiambio, Kibera, Uhuru, Jericho. Lascio a voli immaginare il tono di questo documentario in cui gli slum vengono rappresentati solo come luogo di degrado, mortificazione, perdizione, sconfitta, povertà popolati da gente senza via d’uscita inoltre sappiamo tutti quanto essi siano, in Kenya realtà dinamiche, in movimento, pullulanti di voci vibranti, capaci di raccontare storie indite, di creare per le strade, nelle piazze, tra la musica dei matatu e il parlato quotidiano, una moltitudine di dialoghi inediti e depositati alla realtà urbana con la naturalezza di chi sa cogliere l’urgenza dell’immediato che tanto mi hanno ricordato i rifugiati ei migranti con cui ho lavorato in Italia. Ancora una volta….dopo 25 anni le cose non sono cambiate. E da donna e madre prima ancora che da scrittrice, lo sguardo è rivolto alle mie figlie. Mi sono sempre chiesta come dovessero sentirsi ad essere percepite sempre e solo da una sola angolazione, da un solo punto di vista, descritte da una etichetta…. Essere per gli altri “di colore”, “mulatte”, “adottate”, “negre”, “esotiche”. Cosi come ho cercato di capire come si sentissero in relazione al senso di appartenenza… Italiane o keniote. Mi sono chiesta quando questa consapevolezza avrebbe cominciato ad abitarle. E quale sarà la percezione della loro identità. Io stessa ho dovuto dare a me stessa una risposta nella mia adolescenza. E cosi rivivo, a distanza di venticinque anni, questa stessa domanda per la seconda volta, anche io quando tornai in Italia non sapevo come definirmi. Fino al giorno in cui non ho avuto più bisogno di farlo perché nella scrittura e nella relazione che la precede ho sentito che c’era qualcosa di più dell’appartenenza ad un luogo.



(….)



Con troppa disinvoltura, riferendoci alla circolarità degli uomini sulla geografia del mondo, usiamo termini come sviluppo, progresso, globalizzazione, ma quale significato assumono in relazione ai processi osmotici di cui stiamo parlando? L’urgenza di disfare alcuni dei nodi più stretti attorno all’Africa e agli africani, alla luce anche dei recenti flussi migratori dalle coste dell’Africa, vi sono almeno tre importanti riflessioni sulle quali vorrei soffermarmi: il rapporto che gli italiani hanno con la memoria e ricordiamoci che la Storia è sempre la nostra storia. In un clima politico e sociale di grande instabilità dove l’identità viene messa in discussione non solo in relazione agli altri ma anche in relazione a se stessi e alle proprie vecchie convinzioni. Il nostro passato di migranti è un passato fitto di esempi in cui abbiamo influenzato e contribuito creativamente ad altre culture si pensi a paesi come l’Uruguay o il Paraguay, l’Argentina.

La seconda considerazione riguarda il vocabolario utilizzato dai media e non solo. Un vocabolario se vogliamo coloniale che invece di abbracciare la molteplicità della vita, la differenzia, la esclude (straniero, clandestino, di colore, mulatto, negro) . Ma non mi sono resa conto che la riflessione non nasce solo verso quella lingua escludente gli altri, bensì anche quella che avrebbe intenti inclusivi. Mi sento di aggiungere in questo vocabolario poco attuale ormai alcuni termini utilizzati da chi vuole farci intendere coinvolto nel processo interculturale in atto”, uno tra tutti è TOLLERANZA. Ricordo che negli anni novanta il dibattito attorno all’incontro di civiltà, ruotava attorno a questo termine, facendo richiesta di tolleranza a tutti in previsione dell’evidente cambiamento sociale e poteva avere una sua validità. Oggi essa non è più la chiave di apertura verso le relazioni con l’altro, ma il punto di arrivo di esse e cosi temo che stia accadendo o accadrà ciò che è accaduto a Lindiwe, l’esule sudafricana, personaggio di un mio romanzo, che nell’altrove sottolinea questa condanna alla tolleranza come unico traguardo possibile. Siamo tollerati ma non 16 16

ancora ammessi al pensiero della gente e questo ci confina dentro il nostro esclusivo ghetto. E questa considerazione mi conduce alla sempre più rinnovata mancanza di immaginazione. L’immaginazione parte da un assunto di ammissione. L’immaginazione ci permette di ammettere al nostro pensiero altre vite, altre storie, altre verità e possibilità. La molteplicità che è in noi e tra noi. In un mondo ossessionato da nazionalismi e senso di appartenenza, l’idea che l’identità sia un mitile ancorato al suo scoglio, facilita il proliferare di stereotipi, in primis quelli sull’Africa, che incidono un solco profondo nella nostra coscienza e deviano la nostra attenzione sulla realtà multipla che essa, con i suoi 54 paesi e i suoi 900 milioni di persone, rappresenta. Per concretizzare l’idea che vivere in una società che si anima “TRA” lingue, culture, usanze, credi e che questo essere “in between” significa anche essere tra molteplici verità, dovremmo appellarci al nostro diritto di sapere che il multiplo è il luogo ideale dove letteratura e cronaca possono raccontare “altro”.  

(…)

Tutto questo per dire che l’esperienza della bambina di Caserta è una esperienza possibile in Italia come potrebbe esserlo in Francia o in Germania, è una esperienza che trova riscontro nella continuità e ripetitività di un pensiero deviato. Tutto questo per dire che gli scrittori (e sottolineo scrittori) che vivono tra diverse culture, attraversano i confini della teoria e abbattono i muri della visione a beneficio di una visionarietà rivelatrice che cerca LA verità alle cose . Vivono un’esperienza che a qualcun altro è negata e questo fa sì che quel “qualcun altro”, chiunque esso sia, dal docente all’impiegato delle Poste, ignori le conseguenze che il suo stesso limite può infliggere alla società. Perciò alla bambina di  Caserta e alla sua famiglia va la mia stima, la mia gratitudine per avere mosso un monolite che certe volte sembra incrollabile  e l’invito a continuare nelle forme più diverse e creative, questa lotta contro i segni di una inciviltà diffusa che rendono una società patologicamente fuori rotta.

Quando riprendo a scrivere la risposta alla mia amica scrittrice che mi chiede come gli africani facciano ad emergere come role models, come lo erano stati per altre generazioni  Miriam Makeba, Wole Soyinka, Chinua Achebe, Steve Biko…. La risposta emerge con tanta inquietante semplicità: perché i nuovi talenti che popolano le sovraffollate città africane, diventino modelli di riferimento per le stesse giovani generazioni africane, occorre che emergano da soli, disfandosi dell’opinione e del riconoscimento del north western world. Fino quando fuori dall’’Africa ci sarà una visione distorta degli africani e dell’Africa stessa, tanto da arrivare ad abusare di un bambino dicendogli che non è meritevole perché è nero, le masse di menti e talenti in Africa resteranno nell’ombra.  Per fare questo c’è certamente bisogno di governi non corrotti, di governanti puliti e intelligenti, di  editori coraggiosi ….  ma questa è un’altra storia…