Monday, 31 March 2014

CERCANDO LINDIWE. IL ROMANZO

"Esce lo straordinario Cercando Lindiwe dell’italo-sudafricana Valentina Acava Mmaka che scava nei nodi irrisolti dell’identità e dell’ubuntu." - Daniele Barbieri 

"The extraordinary Cercando Lindiwe is now out. THe Italian South African author Valentina Acava Mmaka digs in the unresolved knots of identity and ubuntu"
Daniele Barbieri










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Thursday, 20 March 2014

Monday, 3 March 2014

He died with shame

Here a poem published on  Pambazuka .
It is dedicated to all the people who are oppressed because of who they are and who they love. 
It is also an invitation for all the people who don't know much about LGBTI's issues and could try to get informed and help to build up a common understanding, an open dialogue able to break  prejudices and stereotypes.

Dedicated to Him
He was young
He was a son
He was a friend,
He was a gay,
He was HUMAN


He died with shame

I knew him and I can’t remember his voice
I knew him and I can’t recall the last time we had a talk
I knew him and I can’t figure out what was his last exam about
I knew him

One day
Can’t remember when ...
How can I?
Memory stepped away from me
With no indulgence
Just ran out of me superficially as daily life sucks our attention on small things
Turning hunger on the big global events
Miles away from us
Fat and insignificant to the love and compassion we need for real

One day he left a coffee colored envelop on the desk, after lecture
He left it and I didn’t know
I saw the envelop and kept it aside
Waiting for the best moment to open it and see what was inside.
That time I didn’t see who had left it
I didn’t know it was him
I didn't know it was him
We were so many ...
He didn’t stop by to ask for a chat, a single moment of attention
I don’t know if he would have done it if given a second chance
Why guessing?
He had already chosen his way to share what he needed to say

He died with shame

I kept that envelop for 24 hours
It has been the longest time I’ve ever counted
I kept the envelop on the sofa
With books and newspapers jotted with rough notes of empty dreams
It was there resting in peace 
While inside sheets of A4 paper were filled with words of shame and anger
Beauty and love,
Compassion and understanding
Words looking for solace
Drops of unease
I didn't know then
I know now

He died with shame

I didn’t know him well
He was one of them
A student called to his mission
Trying to fill a new vocabulary to describe his generation
Who didn’t have a proper translation
For his identity
Where hypocrisy
Paternalistic forces and pretending idols
Are still fighting to win over imagination and freedom
they preach love and brotherhood with one hand on the Bible 
and another on the pocket
killing brothers and sisters 
who refuse the stigma

He died with shame

I didn’t know him much
but one thing I always knew
Since I saw his eyes
He had hungry eyes
Needy of different images
His eyes seemed tired
over fed with the same scenario
with what is on world screen
in E V E R Y D A Y life
Global vs authenticity
Stereotype vs responsibility
Cowardice vs honesty

His eyes were drawn in a well of ambiguity.
Sorrow and anger
drinking from the same glass
I didn’t know what was all about
I didn’t open that envelop on time
24 hours have been the longest time I ever counted

A seven pages letter long has left behind
Something to stay after him
A seven pages letter long to slip out the shame he died with
A seven pages letter long to ask for a vocabulary
suitable enough to translate his shame into a beautiful truth

He died with shame

I didn’t know I was going to be late
I didn’t know I was going to be sucked in a living nightmare
I didn’t know I would be the one who ignored his need to be true

He died with shame
He died with shame
And I wasn’t there
When he asked for resilience
in his seven pages letter long
intimately drawn in his truth
I wasn’t there, in that very place where I could encourage
a set of understanding, a plate of sharing
I wasn’t there to say
I’m with you
Side by side

He died with shame

I’m full of emptiness
speculating on chances and possibilities
and dreams
What if?
What if I had open that envelop on time?
What if I had called him by my side and hugged him
for his courage to confide with me
who he really was
looking for a better place where to feel safe
from the stigma which other people's eyes sewed on his skin?

He was He
He was He
He was He and died with shame
He wrote to fuck that shame off the world's face
In the solitude of his seven A4 paper letter long
Where none would
tag him
label him
qualify him
identify him
Humanity is the only qualifications he aimed to
He poured his pain out
His solitude drawn him into exile
A strange place
Where circumstances gather
To mess you up with your displacement
He dreamt about love
A word to pair with Human
He dreamt about truth

Today
His truth is my truth
No accusation
No blame
No fake indulgence
No pity

Just the beauty of truth


Saturday, 1 March 2014

The cut, le storie di mutilazioni genitali femminili arrivano a teatro

di Rossella De Falco Frontierenews 12 febbraio 2014
THE CUT
Giornalista, scrittrice, autrice di teatro, poetessa: Valentina Acava Mmaka, nata a Roma, cresciuta in Sudafrica durante l’apartheid, vive oggi tra l’Italia e l’Africa. I suoi testi, pluripremiati, sono un felice amalgama di arte e denuncia sociale. Le abbiamo chiesto di The cut/Lo strappo, lo spettacolo che porta sul palco il delicato tema delle mutilazioni genitali femminili (MGF). Nel 2014 il testo teatrale ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International e sarà al centro di innumerevoli iniziative in Italia e all’estero.
The cut/Lo strappo nasce dal lavoro del collettivo di donne Gugu Women Lab, di cui hai curato la nascita e lo sviluppo in Sudafrica. Com’è nata l’idea?
 Nel 2011 ho dato vita al collettivo composto principalmente da donne sudafricane ma anche migranti da altri paesi africani come l’Etiopia, la Somalia, il Congo, l’Angola, la Nigeria e il Mozambico. Negli anni Novanta avevo già condotto due esperienze simili in Sudafrica e in Kenya. Volevo ripetere l’esperienza cercando di realizzare un progetto laboratoriale interattivo di scrittura che mettesse a fuoco il rapporto tra gli spazi urbani e la percezione individuale degli stessi in funzione di rapporti di scambio, conoscenza, interazione, potenzialità, limitazione. Il Sudafrica post-apartheid si presentava come un ottimo teatro per riflettere su nozioni come cultura, identità, potere, cambiamento, contraddizione, ingiustizia. Gli incontri si sono susseguiti per un lungo periodo di tempo, circa un anno in cui abbiamo lavorato a diverse tematiche. Dovendo lavorare pensando agli spazi urbani, non è difficile immaginare il carattere itinerante del laboratorio.
 L’obiettivo dello spettacolo è rompere il silenzio sulle mutilazioni genitali femminili (MGF), fenomeno che affligge 140 milioni di donne nel mondo, di cui 180mila in Europa e 3500 in Italia, stando alle più recenti stime dell’Oms. Guardando oltre le statistiche, quali sono le conseguenze psico-fisiche delle MGF nella vita di una donna?
Date le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui le mutilazioni vengono praticate, sia che si tratti dell’escissione, dell’infibulazione e della clitoridectomia, le conseguenze fisiche immediate sono numerose: il tetano, la setticemia, l’impossibilità a urinare; quelle a lungo termine riguardano infertilità, calo del desiderio sessuale, complicazioni al momento del parto, ricorso al parto cesareo, emorragie post partum. Inoltre va detto c’è una mortalità natale superiore nelle madri che hanno subito le MGF. Le implicazioni di carattere psicologico non sono meno gravi. Una donna mutilata è una donna invalida a vita. Ogni momento della sua vita è scandito dal dolore: dal momento in cui urina, a quello del ciclo mestruale, dal rapporto sessuale, al parto. Il lavoro fatto con le donne del collettivo Gugu Women Lab è stato proprio quello di raccontare il percorso dal dolore psico-fisico verso la rinascita che è possibile solo attraverso la presa di coscienza dell’esperienza subita. Il primo passo è il riconoscimento della mutilazione come errore culturale, poi c’è la condivisione con chi ha subito un’esperienza analoga e infine con tutti gli altri. La consapevolezza e la condivisione cono le due cifre che permettono di lavorare sul dolore e trasformarlo, in questo caso attraverso l’arte, in un impegno collettivo volto a superare questa pratica su scala globale.
Se qualcuno obiettasse che le MGF sono un’inestirpabile tradizione culturale e religiosa, sulla quale è impossibile intervenire, cosa risponderesti?
Le MGF non hanno a che vedere con la religione, sono una convenzione culturale e essendo la violenza un fatto culturale, essa va considerata in questi termini. Il dibattito che ruota attorno alle MGF e al presunto Diritto Culturale delle società che le praticano è oggetto di una controversia che rientra in quel dialogo pubblico che purtroppo manca. La Dichiarazione di Friburgo del 2007 dice, all’ articolo 5 che «la stessa Dichiarazione stabilisce con il termine “cultura”, i valori, le credenze, le convinzioni, le tradizioni, i modi di vita…», occorre puntualizzare che la Dichiarazione risulta incompleta, o meglio, è poco esaustiva in quanto solo all’articolo 6 si stabilisce che ogni persona ha diritto alla conoscenza e all’apprendimento dei diritti umani. Quindi è chiaro che il concetto di diritti umani non è il medesimo ovunque e che per cultura si intende una vasta gamma di pratiche tra cui le MGF. Senza fare appello al diritto culturale di ciascun popolo o comunità, le MGF violano un diritto universalmente riconosciuto: quello alla salute di donne e bambine, è per questa ragione che le MGF vanno ostacolate .
Tra norme di diritto internazionale e leggi nazionali, sono molti i tentativi di condanna alle MGF. Un esempio è la risoluzione Onu del 3 febbraio 2013. Le norme giuridiche sono sufficienti?
Assolutamente no. L’esistenza di una legislazione a livello di UE, ONU e dei singoli stati nazionali può ridurre l’incidenza delle MGF, ma non è efficace da sola ai fini di un abbandono della pratica. Questo perché essa è radicata all’interno della struttura politica, sociale ed economica delle società che le sostengono. Inoltre è quasi impossibile abbandonarla senza il consenso, non solo della famiglia ma della comunità intera. Del resto anche in Europa sono recenti alcuni episodi di condanne penali di padri che hanno sottoposto le proprie figlie alle MGF. In aggiunta a questo ci tengo a ricordare che vi sono alcuni paesi africani dove non è stata ratificata la legge contro le MGF e che, in questo modo diventano meta ambita di coloro che intendono continuare a praticarla ovviando alla legge. I rimedi punitivi sono speso inefficaci, occorre la conoscenza per pensare ad un cambiamento.
Quale può essere la vera strada verso l’eliminazione totale del fenomeno delle mutilazioni genitali femminili?
Innanzi tutto occorre creare un dialogo pubblico, senza il quale le MGF resteranno un tabù. Parlarne pubblicamente a diversi livelli e senza distinzione sociale, incentiva di rimando una riflessione più intima e privata all’interno delle diverse realtà sociali. Non basta che se ne occupino le associazioni e le ong, che spesso promuovono un lavoro molto specifico e mirato a un target limitato di persone (operatori socio sanitari, perlopiù), occorre che diventi una materia all’attenzione di tutti, indistintamente, soprattutto dei giovani. Penso che di MGF se ne debba parlare a scuola, considerando anche che l’età delle bambine mutilate è compresa tra i pochi anni di vita fino ai 15 anni in media. Nessuno nella Scuola possiede strumenti adeguati né un linguaggio aperto e condiviso per parlare di MGF, nessuna ragazzina mutilata o a rischio di mutilazione ha la possibilità di condividere la sua esperienza con i propri coetanei, né questi ultimi saprebbero come relazionarsi con chi ne è vittima. Usare il termine eliminazione ispira un’idea di coercizione, parlerei di superamento e abbandono della pratica, una terminologia che suggerisce meglio il percorso di consapevolezza necessario a chi ancora crede che le MGF siano una necessità culturale e sociale. In questo processo di consapevolezza credo che il ruolo fondamentale verso l’abbandono delle MGF sia affidato alle comunità migranti che diventano inevitabilmente l’anello di collegamento tra i paesi della diaspora (immigrazione) e quelli originari. Il contatto con realtà diverse, una maggiore indipendenza economica e l’accesso all’istruzione superiore sono elementi che facilitano il dialogo tra culture e quindi anche modifiche nel tessuto sociale di origine. Secondo questi parametri, laddove sono stati raggiunti, vi è una minore incidenza di MGF, esse vengono più facilmente messe in discussione e portate all’attenzione della comunità d’origine. Guardare ai migranti come a dei mediatori capaci di costituire l’inizio di una svolta è il primo passo verso un cambiamento radicale in tal senso. Il dialogo pubblico è fondamentale in quanto afferma il valore della donna all’interno della comunità mettendola nella condizione di prendere decisioni anche a titolo collettivo. E’ un cambiamento per il quale occorrerà un periodo di tempo lungo, forse una generazione…ma è possibile.
Quali sono i nuovi progetti legati a The Cut-Lo Strappo?
Innanzi tutto la performance ha ottenuto il patrocinio di Amnesty International e questo mi fa piacere perché riconosce quanto l’arte sia in grado di sensibilizzare e scuotere le coscienze verso forme di oppressione come lo sono le MGF. A questo si aggiunge il fatto che ho iniziato una collaborazione con una regista keniota, che ha realizzato un documentario sulle MGF in Kenya. Metteremo a confronto le nostre rispettive esperienze: il film e il teatro, la sceneggiatura e la poesia, diversi media per raccontare la stessa esperienza da punti di vista diversi ma con lo stesso obiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento. Tra l’altro si tratta di un documentario che include tutte le parti sociali coinvolte nella pratica delle MGF, che da spazio a opinioni diverse ritraendo i sogni e i desideri delle generazioni di giovani donne (ma non solo) che vogliono contribuire a cambiare le cose. Proiettare il documentario e proporre la performance è una grande occasione per amplificare il senso del nostro impegno-attivismo. Abbiamo intenzione di portare questa esperienza combinata anche nelle scuole, non solo in Italia ma in giro per l’Europa. I ragazzi rispondono positivamente al linguaggio artistico, si sentono a loro agio e facilitati nell’incontro con un tema che la maggior parte ignora. Sto lavorando anche alla realizzazione di diversi workshop in Europa aperti anche a migranti in cui utilizzerò diverse forme di espressione artistiche per arrivare a lavorare sulle MGF. Infine c’è il desiderio di pubblicare il testo in una versione multilingue, so che è una tematica difficile ma in quasi un anno ho ricevuto una quantità innumerevole di richieste dal pubblico, dagli studenti, dai loro insegnanti di poter disporre del testo in lettura. Spero che un editore si faccia avanti e veda il potenziale di questo lavoro che dispone anche di una guida per insegnanti e studenti affinché possano lavorare sul tema approfondendone i vari aspetti e realizzando nuovi progetti originali.
Non solo MGF. Sono tanti gli argomenti che hai affrontato nel tuo lavoro, intrecciando l’amore per la scrittura alla denuncia sociale. Quali i tuoi modelli di riferimento, o fonti di ispirazione?
Non parlerei di modelli di riferimento né di ispirazione, direi piuttosto che il mio percorso esistenziale mi ha portato a vivere esperienze così eterogenee in diversi angoli del mondo da aver sviluppato in me un senso di giustizia che dedico alla promozione dei diritti di chi viene escluso in quanto diverso. Mi piace molto citare il filosofo Jean Grenier che dice che “nella vita esiste un attimo, soprattutto nell’infanzia di ciascuno, che determina tutto”: ecco se dovessi identificare quell’ “attimo”, lo identificherei con la mia vita in Sudafrica. Sono cresciuta in un paese diviso da barriere razziali, dove l’essere bianca mi confinava in un ghetto di privilegi che non avevo scelto né riconoscevo come parametro di confronto. Da quella primissima esperienza è seguito un lungo e intenso percorso scandito da continue partenze e proiezioni in contesti sociali e culturali diversi tra loro dove ho incontrato persone straordinarie che hanno ampliato di volta in volta la mia nozione di eterogeneità e molteplicità, qualità che esploro e con cui mi confronto nel mio lavoro.

Friday, 7 February 2014

Seduto alla finestra della vita

Seduto alla finestra della vita *


Seduto alla finestra della vita
mi esercito a sognare
immaginare
vite non mie
la città è sdraiata dinnanzi 
al mio sguardo nomade
cercatore inesausto 
di luoghi arcaici.
Da quassù
dove la collina sfiora l’umile nuvola pellegrina
riesco ad abbracciare tutto ciò che non sono:
ogni immagine diventa un porto cui attraccare
da cui salpare
un arrivo e una partenza
senza meta
senza ordine
né verità 
null’altra che quella offerta da me stesso
sognante
desiderante vite altrui:
l’incanto dei sogni ad occhi aperti
gli sguardi gentili dell’amore appeso con un filo alla tela dei sogni
scampoli di cielo tra i merletti delle nuvole
porte semichiuse nella canicola per un invito a pranzo
balconi vestiti a primavera con le lingue fiammeggianti degli ibischi
il sole rosamaro dileggia tra la notte e il giorno sulle cupole della moschea
voci infantili cadono tra i vicoli 
immagini di carta vestono le facciate dei palazzi nascondendo le jacarande profumate
il mendicante siede sulla cassetta di legno 
suona la sua armonica, fiato alcolico stride tra le pareti delle case avvolte da mura antiche
donne velate dondolano cesti colmi di cannella e zafferano
risa burlesque crepitano al crepuscolo morbido di velluto
corre l’ombra del treno nel mio sguardo 
tra i vetri delle finestre tersi di pioggia il mare, laggiù piange il naufrago inghiottito dal mai più
luoghi aggrovigliati 
latitudini e longitudini si confondono 
scomponendo la geografia
        -voglia di disimparare i confini
e se il germoglio che fiorisce nel tuo giardino
avesse radici nel mio?


*Omaggio a F. Pessoa.